
Voi non avete la minima idea di quanti morti ammazzati risultano negli archivi storici dello Stato. Per curiosità ho fatto una ricerca e mi sono spaventato. Non avete idea di quanti uomini perdono la vita ogni anno nell’espletamento del loro servizio, lavorando. Ogni mestiere conta i suoi caduti, certo. Ma qui si parla di morti come se fossero fantasmi che passano la storia senza lasciare traccia nella vita. Nella memoria. Accade che muore un cittadino per errore, per uno sbaglio. E questa morte va rispettata. Va commemorata con rispetto. Un tifoso. Un ultrà. Un teppista. Un facinoroso manifestante. Chiunque sia. Ma farne un martire no! Non è rispettoso. Nei confronti di chi la vita la perde lavorando. Chi la perde nello svolgimento del proprio compito legale.
Quello che vorrei ora raccontare, per chi ha la pazienza e la voglia di leggere, è la storia breve di un ragazzo di 22 anni che si chiamava Annarumma Antonio. Storia emblematica di un inverno di follia nel nostro Paese che a stento sta ancora cercando la strada della sua primavera. Emblematica innanzi tutto perché Antonio non era un eroe nel senso romantico del termine. Era uno dei tanti tantissimi figli e nipoti di braccianti che per migliorare la propria condizione scelsero di indossare la divisa grigioverde della pubblica sicurezza sperando di guadagnare un salario, conoscere posti e persone nuovi. Non arrivate subito al punto che è “roba vecchia”. Perché la differenza tra oggi e il 1920, il 1930 o il 1950 è quello che abbiamo intorno. Forse il declino della moralità o le auto. Oppure tutta la tecnologia. Ma non è cambiato lo spirito che muove la gente nel manifestare il proprio dissenso per una politica sbagliata o forse il modo di vivere una passione o un lavoro.
Cmq..l’unica foto di Antonio che rimane ritrae in bianco e nero è quella sopra linkata. Un giovanissimo allievo infagottato in una giacca più grande di lui con i capelli corti e le guance lievemente arrossate dalle troppe rasature “istituzionali”. Non si vedono le mani che immaginiamo forti grandi e callose, le stesse mani che stringevano il volante mentre altre mani, folli, gli sfondavano la testa con una spranga di acciaio. Mani di ragazzi che non capivano cosa stava succedendo e che certo non immaginavano quello che sarebbe successo.
Come non lo sapevano quelle mani ugualmente callose e forti che la sera dell’assassinio, nella caserma S. Ambrogio spaventate, rabbiose, ribaltarono i vassoi della mensa e spintonarono gli ufficiali. Non lo sapevano nemmeno le mani che due giorni dopo, ai funerali tentarono di linciare un giovane Mario Capanna leader studentesco incapace di pensare che forse uno del movimento potesse aver commesso questa pazzia.
Un incidente, gridò in coro quasi tutta la sinistra studentesca e quella operaia (Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti) che il 19 Novembre 1967 manifestarono “pacificamente” in Via Larga a Milano. La guardia Annarumma, autista di una jeep del III Reparto Celere venne colpito alla base della nuca da un tubo d’acciaio scagliato come una lancia da un manifestante e che lo trapassò da parte a parte, uccidendolo sul colpo.
L’assassino non venne mai scoperto e l’omicidio di Antonio Annarumma si considerò insoluto. La beffa due anni dopo nel 1971 nel tentativo, forse l’ultimo, di affrancare i movimenti dalla lordura dell’omicidio, altre mani, anonime, scrissero un libro “ la strage di Stato”, in cui si raccontava di un filmato, di una troupe televisiva francese, di una proiezione privata per pochi alti dirigenti Rai in cui si sarebbe visto un impacciato Annarumma alla guida di una jeep che per togliersi il berretto calato improvvisamente sugli occhi dimena la testa e perde il controllo scontrandosi con un altro mezzo della polizia; la morte sarebbe avvenuta per il violento urto del capo sul montante di acciaio che del parabrezza. Peccato che lo sfondamento del cranio iniziò dalla nuca.
Nessun nome, nessun riferimento certo, nemmeno un fotogramma, nessun testimone. Nessun commento. Forse cosa sarebbe accaduto lo capirono le mani semplici anonime di chi preparò uno scarno appunto per il capo della Polizia, una delle poche cose che di lui rimane nell’archivio dell’Ufficio storico della Polizia di Stato, in cui si raccontavano le modalità dell’aggressione. Poche righe scritte da chi probabilmente sa che purtroppo questo sarà il primo nome di una lunga serie. Con Antonio iniziò un periodo terribile della nostra storia: nemmeno un mese dopo, ci fu la strage di piazza Fontana e poi la morte di Giuseppe Pinelli e del commissario Luigi Calabresi.
Era iniziato il lungo inverno della Repubblica. Per la giovane guardia di pubblica sicurezza Annarumma ci furono funerali di Stato una medaglia d’oro al valor civile alla memoria e quasi tutti i quotidiani dedicarono otto – nove colonne all’incredibile episodio. Lo sgomento e l’emotività avrebbero presto abbandonato le mani esperte dei giornalisti che incominciarono da lì a porre domande, dare voce alle rivendicazioni dei poliziotti raccontare le loro storie e le loro vite. Poi tutto nel dimenticatoio. Però negli annuari di Poliziamoderna, la rivista ufficiale della Polizia di Stato, c’è la cronaca dei funerali solenni tenuti prima nella chiesa di San Carlo a Milano e poi a Monteforte Irpino paese natale di Antonio e quello che colpisce sono ancora una volta le mani: questa volta quelle dei due zii Benito e Modesto che sorreggono più volte Carmine Annarumma il papà mentre grida disperato l’unica parola che avesse un senso: “Perché”.
Antonio Annarumma nato a Monteforte Irpino (Avellino) il 10 gennaio 1947 entra nel Corpo il primo dicembre del 1967. In forza da pochi mesi al 3° reparto celere di Milano Antonio, il 19 novembre 1969 fa parte del contingente che fronteggerà a Milano due manifestazioni, una studentesca ed una operaia per il costo degli affitti. Gli scontri furono feroci e durarono per ore; 55 guardie di pubblica sicurezza e 5 carabinieri furono feriti. Antonio Annarumma alla guida di una jeep, in via Larga, fu colpito al volto da un corpo contundente probabilmente un tubolare di ferro. Ci fu un urto con un’altra jeep della polizia ma Antonio aveva già perso conoscenza. Morirà dopo tre ore di agonia in ospedale a soli 22 anni. Oggi alla memoria della guardia di pubblica sicurezza è intitolata la caserma del 3° Reparto Mobile di Milano. (F.C.)
Questo racconto breve solo per dire che di martiri la Polizia di Stato non ne fa. Al massimo intitola una caserma in memoria. Quindi per favore, niente dietrologia e insensata demagogia. Solo rispetto.
Questo racconto mi ha toccato perché è il Placanica del passato. Nel 2001 Giuliani è morto per mano di un Carabiniere che avrebbe fatto la stessa fine di Antonio. Rispetto per la morte di Carlo. Ma un martire no!! Antonio non lo è stato!! Infatti sfido chiunque a dire che sapeva della morte di un ragazzo come noi infine. Uno di 22 anni, giovane e con la vita davanti. Un martire non lo è!! Era un allievo, morto in una Jeep per mano di un manifestante. Quante analogie vero? Ma nessuno lo ha fatto martire!!
Ieri era il giorno della sua commemorazione. Onore a te Antonio!!
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